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LEAN
MANUFACTURING |
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di
Michele Gambelli |
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(Articolo
pubblicato sulla rivista "LOGISTICA" edita da
Tecniche Nuove, (fascicolo n° 6 del giugno 2004, nella sezione
"Management", da pagina 72 a pagina 77).
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Premessa
Gli
ultimi dieci anni del secolo scorso sono stati gli anni della
certificazione qualitativa del sistema aziendale, pre-requisito strategico
per continuare ad avere successo. In quest’ultimo quinquennio invece,
gli imprenditori si sono trovati a dover fronteggiare un emergenza ben più
grave della qualità: la competizione globale, che cresce ogni giorno di
più. Parecchi pensano che, per riconquistare la competitività, sia
necessario ora ri–progettare il sistema aziendale. Ristrutturazioni
drastiche a parte, lo strumento soft che si sta affermando come il più
idoneo a rimodellare l’azienda, almeno negli USA, è il “lean
manufacturing” o lean system, reso in italiano con “La
produzione snella”.
Definizione
ed obiettivo
Il
termine “lean system” (o "lean manufacturing", se ristretto
alla fabbricazione) descrive una filosofia produttiva che incorpora
un sistema operativo ed una serie di strumenti o tecniche finalizzate.
Un'azienda che produca con i criteri della "produzione snella",
produce di più, con le risorse che ha a disposizione, ed elimina
sistematicamente tutte le attività che non creano valore aggiunto.
Produce beni e servizi
velocemente, anche in lotti di pochi esemplari, usando il minimo
quantitativo di tutto: costi, tempo, spazio, risorse umane e finanziarie.
Questo approccio conduce l’azienda a prosperare anche in tempi
recessivi, ad avere costi contenuti e tempi di reazione rapidi,
avvicinandola alla condizione considerata oggi ottimale, quella di essere
“agile and quick respons”. Per definire l’obiettivo del
lean system, in modo conciso, si
potrebbe dire: “Costruire un successo sostenibile e duraturo, sia per
l'azienda, sia per le risorse umane che vi lavorano, con un nuovo modo di
ragionare ed operare”. Dispiace il fatto che, questo sistema
sia presentato riduttivamente da coloro che lo divulgano, come una
raccolta di strumenti da implementare, in realtà si tratta di una modalità
di pensiero, ovvero di un sistema operativo, che avrà successo se riuscirà
a cambiare l’approccio di tutte le persone coinvolte.
Genesi
del sistema
Parecchi
pensano che il lean system sia derivato dal just in time,
rivisitato ed alleggerito, per renderlo universale, applicabile a tutti i
tipi d’azienda, e non soltanto quelle automobilistiche con grandi
produzioni in linea. E’ un’affermazione incompleta e riduttiva.
Infatti la gran parte dei concetti che noi ora utilizziamo nella produzione
snella, è derivata direttamente dal TPS Toyota Production System, il
cui sistema produttivo utilizza tantissimi strumenti, uno dei più
importanti è appunto il just in time. Corrisponde al vero il fatto
che, rispetto al sistema TPS, il lean system è più universale,
flessibile ed applicabile a qualsiasi organizzazione. Attraverso più di
50 anni di apprendimento per esperimenti, la Toyota è riuscita a
liberarsi di tutti i tipi di spreco, ha creato un sistema che apprende, e
si adatta meglio di qualsiasi altro, all'ambiente esterno in
continua evoluzione. La reputazione del sistema di management, del sistema
operativo e produttivo della Toyota, si estende ben al di la dei confini
dell'auto, è veramente la pietra di paragone per qualsiasi benchmark, di
sistemi aziendali produttivi di non importa quale settore merceologico.
Questo giustifica ampiamente tutti i tentativi di generalizzazione del
loro sistema operativo, dei concetti e degli strumenti adottati da
quell’azienda.
Gli
strumenti
Negli
USA tutte le università d’indirizzo tecnico, più che mai businnes
oriented, propongono dei full immersion, per erogare i principi
e gli strumenti del lean system; generalmente piccoli corsi di 5
giorni dedicati ai soli manager. I programmi descrivono poco i principi,
ma si dilungano sui tools; pare che il lean system sia solo
questione di implementare una serie di strumenti, i più citati sono:
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La guerra ai "Seven
Wastes"; i sette sprechi, comunemente riscontrabili
in tutti gli ambienti produttivi.
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Il “Single minute
exchange of dies” SMED; Strumento teorizzato dall’ing
Shingo della Toyota che si ripropone di ridurre il tempo per il
cambio dello stampo (od il cambio di linea) da ore a minuti.
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Il
“Just in time” JIT
è una metodologia di programmazione e gestione della produzione
che si propone di produrre esattamente i quantitativi richiesti
dal cliente a valle, nel più breve tempo possibile. Fra i suoi
obiettivi c’è quello di azzerare tutte le scorte intermedie.
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Il
“Total
Productive Maintenance"
(TPM); Attività che ha lo scopo di massimizzare
l'efficacia e l'efficienza delle strutture hardware produttive.
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Il “Value Stream
Mapping”, che potrebbe essere reso con il rilievo seriale
del valore, è uno strumento logistico progettato per rilevare
informazioni utili sotto forma di un layout del prodotto e del
processo.
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Il
“Cellular Manufacturing”.
Tipo di organizzazione della fabbricazione, alternativo
alle grandi produzioni in linea. Rispetto a quest'ultime è
considerato più flessibile, in grado di adattarsi meglio ai
cambiamenti del volume e tipo della domanda.
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Lo strumento
denominato le 5S. Le 5S è una tecnica utilizzata per
implementare, e mantenere la sicurezza, l'ordine e la pulizia sul
posto di lavoro.
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La produzione tirata
con il sistema dei kanban. Strumento del just in time,
serve per lavorare con il minimo livello di scorte all'interno
della fabbricazione: si fa preparare dal reparto a monte solo
quanto il reparto a valle preleva sul momento.
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Lo strumento del
kaizen. – Lo si può
definire: Piccoli
miglioramenti incrementali continui, al processo o al prodotto,
che coinvolgono tutti, senza dover spendere troppi soldi. Questi
interventi di miglioramento non interferiscono con l'ordinaria
continuità.
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Inoltre
tecniche o strumenti più specialistici come: i Poka-yoke, Heijunka,
Takt time, Supermarket, ecc., in genere incorporati
negli strumenti più sopra elencati.
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La
parte soft del lean system. La filosofia o modalità di pensiero.
Parecchie
aziende si lasciano affascinare dalle finalità degli strumenti del
sistema, e si convertono, o credono di farlo, alla “produzione
snella”; iniziano così ad implementare tecniche e strumenti. Non è
solo una questione di strumenti o tecniche. La fondamentale differenza fra
un’azienda che abbia un sistema operativo che lavori con i criteri del lean
system e gli altri è soltanto una: il reale coinvolgimento di tutti
nel processo del miglioramento continuo. Le aziende occidentali, che
ci stanno sotto gli occhi invece, credono che vi siano due categorie
di persone: quelle che fanno il lavoro produttivo e quelle che risolvono i
problemi e migliorano i sistemi produttivi. Quelli che risolvono i
problemi e migliorano i processi produttivi sono quelle che hanno meno
famigliarità con gli stessi, poiché la maggior parte del tempo sono in
ufficio. E per di più sono anche i meglio pagati. Sin tanto che questo
vecchio modello è operante in azienda, qualsiasi schema di miglioramento,
compreso il lean system, non va molto lontano.
Due
ricercatori, Steven Spears e H. Kent Bowen, (sulla rivista
“Harvard Business Review”, numero di sett./ottobre 1999, a pp.
96-106, l’artico: Decoding the DNA of the Toyota Production System)
hanno esposto il modo standardizzato di pensare della Toyota, dal quale è
possibile estrarre le quatto semplici regole che costituiscono le
fondamenta di tutti i concetti teorici, ed anche degli strumenti
innovativi sviluppati successivamente. Le quattro regole individuate sono:
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Strutturare ogni attività
(tutte, produttive e non, nulla va lasciato al caso o alla
discrezione).
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Connessioni chiare fra
ogni "fornitore – cliente", (ovviamente interni).
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Specificare e
semplificare qualsiasi flusso (di persone, di materiali o di
informazioni).
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Miglioramento continuo
dei processi e del prodotto, attraverso la sperimentazione
effettuata dal personale al più basso livello possibile, sino a
raggiungere lo stato d'eccellenza.
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Meglio
chiarire con un esempio cosa s’intende per attività strutturata
e connessione fornitore–cliente; vediamo quali le
conseguenze di una risposta standard ad una normale richiesta d’aiuto:
“Un
operatore va dal tecnologo con un difetto sul pezzo che non sa come
eliminare. Il tecnologo, pieno di buone intenzioni, ma indaffarato, li da
alcune indicazioni su quali variabili potrebbe provare a modificare per
risolvere il problema, aggiunge anche che se si arrangia fa prima ad
imparare. L'operatore se ne va e con un paio di tentativi risolve il
problema. Ma nel processo comunicativo, inconsciamente impara anche che,
prima di andare dal suo capo una seconda volta, deve esaurire tutte le
possibilità di risolvere il problema da solo, con prove seriali, muovendo
tutte le grandezze. Arriva il giorno in cui il problema è serio, non
risolvibile con le prove seriali, occorrerebbe fare qualcos'altro che
l'operatore non sa; lui, con grande buona volontà, gira e rigira sino ad
esaurire tutte le possibilità sin li apprese, senza riuscire a risolvere
il problema. Ma disgraziatamente esaurisce anche la poca materia prima
speciale, acquistata appositamente per quell'ordine. Quando si presenta
dal suo coordinatore è troppo tardi, danno diretto, più quello indiretto
di non poter soddisfare il cliente con i pezzi; per approvvigionare
nuovamente quel materiale, occorrono almeno due settimane. Poiché la cosa
fa parecchio rumore all'interno dell'azienda, l'operatore si è attirato
addosso un'attenzione malevola, che non agevola il suo ulteriore percorso
di formazione. Quello che ha imparato è che, non è importante risolvere
il problema – nessuno gli ha mai detto bravo per tutti quelli che ha
risolto – ma l'importante è non finire sul banco degli imputati, per
cui l'attenzione maggiore, d'ora in poi, la dedicherà a costruirsi un
alibi ed una difesa. In pratica il rapporto di problem solving fra
l'operatore ed il tecnologo si è fatto ambiguo, chi ci rimette sono i
problemi veri che non ricevono più il giusto trattamento.”
Dietro
ad ogni operatore demotivato (ed in talune aziende lo sono quasi tutti),
descritto come svogliato, c'è una o più storie, di questo tipo. Non è
sufficiente avere buone intenzioni. E' necessario che il management
stabilisca e gestisca regole inflessibili, con un margine di
discrezionalità proporzionale alla formazione acquisita, altrimenti prima
o poi tutto scivola verso la demotivazione, la sfiducia nell'azienda e
l'auto protezione dei singoli. In uno stabilimento che voglia
lavorare in lean system, il rapporto fra il fornitore–cliente
deve essere chiaro per tutti. Connessioni chiare fra ogni
"fornitore–cliente": l'operatore è un cliente, il più
importante, perché è situato nel punto esatto dove il valore aggiunto
viene prodotto, il tecnologo è il fornitore di soluzioni, abilità
tecnica, formazione e supporto. Questo è il primo passo per capire le
regole: chi è il cliente, chi è il fornitore e quale merce di valore
viene fornita. Se il team leader non è in grado di risolvere un
particolare problema, il tempo di telefonare, e debbono comparire quelli
che possono aiutare, ad esempio: il responsabile della connessione
tecnologo–operatore, il progettista del processo, la
manutenzione, ecc, a seconda della natura dell'inconveniente. Attraverso
l'esperienza consolidata nel problem solving, a tutti i livelli
dell'organizzazione produttiva, un’azienda con un sistema rodato riesce
a risolvere molti più problemi, con efficacia e tempestività, di quanti
ne possa risolvere qualsiasi altra azienda dello stesso settore. (Vale la
pena di notare il "tu lavori per me" di qualche capo reparto è
l'esatto opposto della filosofia del lean system che qui si sta
descrivendo. Nel lean system il leader è colui che aiuta le
persone, le macchine e le attrezzature a lavorare meglio).
L'implementazione
inizia con le regole e non con gli strumenti.
Anche
prescindendo dalle regole, generalmente vengono registrati dei successi a
seguito della adozione ed applicazione degli strumenti su elencati. Due
comunque le conclusioni inevitabili attraverso questo tipo di approccio.
Primo, le aziende che non raggiungono i risultati sperati, il livello del
successo è alquanto al di sotto dello standard delle aziende con un
sistema funzionante e rodato. Questo fa si che le persone coinvolte si
mettono alla disperata ricerca di nuovi strumenti miracolosi.
Secondo tipo d'azienda, quelle che trovano non sostenibili gli sforzi
necessari per implementare il sistema. Questo porta la gente
coinvolta a concludere che il lean semplicemente non funziona al di
fuori del Giappone. Entrambi questi risultati possono essere evitati
riconoscendo che il lean system non è una semplice raccolta di
strumenti, ma è un sistema operativo, che coinvolge tutte le risorse
dell'azienda alle quali riconoscere pari dignità. Vi sono due aspetti da
considerare, relativi alla osservazione: “ma noi non siamo
giapponesi!”, quando si parla di produzione snella. Primo,
parecchie industrie giapponesi, per fortuna di tutto l’occidente, non
lavorano con i principi rigorosi del lean system, in pratica la
maggior parte delle industrie giapponesi lavorano, più o meno, con gli
stessi sistemi occidentali. Secondo, sopratutto gli americani sanno che,
gli stabilimenti Toyota negli USA, primo fra tutti quello in
Georgetown, nel Kentucky, hanno successo, creano valore, lavorano
molto bene con personale americano e con la filosofia della Toyota che
coincide in toto con il metodo lean system. Proponiamo ora un set
di principi che pensiamo possano rendere meno ostico implementare la parte
soft del lean system:
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Analisi
di qualsiasi operazione nelle sue fasi:
attività, connessione e flussi.
La
carta fondante sono le quattro regole dedotte da Spears e Bowen.
Queste quattro regole sono la nostra bussola. Iniziamo, con una
mentalità logistica, a strutturare e migliorare ogni attività,
specificando chiaramente le connessioni fornitore–cliente, i
flussi dei materiali e delle informazioni. Vanno utilizzati
sempre gli stessi principi, sia per progettare un nuovo processo,
sia per prendere decisioni migliorative per una postazione
esistente. Le attività devono essere strutturate al livello dei
minimi dettagli. Anche le relazioni devono essere precisate come
connessioni binarie fornitore–cliente. Tutti i beni, materiali
ed informazioni, devono fluire attraverso canali semplici,
sentieri ben individuati e specificati. L'utilizzo continuo di
questi riferimenti –attività, connessioni e flussi– deve
trasformarsi in una disciplina rigorosa, va utilizzata per capire
qualsiasi situazione operativa, e per formalizzare la propositività,
riguardo a quanto deve essere cambiato. Questo principio richiede
grande disciplina logistica ed impegno, è il cuore del lean
system. |
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Eliminazione
sistematica degli sprechi
A
volte viene affermato che il solo scopo della produzione snella
è quello di eliminare gli sprechi. Personalmente, penso che lo
scopo del lean system sia quello di creare un'azienda
di successo, non influenzabile da qualsivoglia cambiamento
esterno. In ogni caso, se l'azienda si focalizza
sull'eliminazione sistematica di tutti gli sprechi, non sbaglia,
si troverà in grado di produrre qualità migliore a costi
contenuti. Questa caratteristica torna molto utile in tempi
recessivi, quando la pressione sul mercato è molto elevata. Le
aziende che hanno ignorato il problema degli sprechi, durante i
periodi di recessione, si troveranno in grave disagio o
nell'impossibilità di proseguire. Modalità operativa:
Riferirsi al cliente ed a quello che aumenta il valore aggiunto
del prodotto. Quello che i nostri clienti esterni
apprezzano e pagano deve essere l'unica nostra guida. Tutto ciò
che sta al di la di quello che il cliente vuole, nel momento in
cui gli serve, al giusto prezzo, è uno spreco. Qualsiasi attività
che non migliora o non confluisce nel prodotto che il cliente paga
è uno spreco. Un'attività qualificata come spreco non
significa affatto che non sia necessaria, ma se noi non la
qualifichiamo come spreco, non faremo mai nessuno sforzo per
ridurla, eliminarla od evitarla. Tutti devono avere un cliente
interno a cui fornire servizi che confluiranno nel valore che si
consegnerà al cliente finale. Chi non ha clienti interni è uno
spreco. Sistematica, implacabile ricerca ed eliminazione degli
sprechi: se non è possibile eliminare uno spreco, non si deve
accantonare la cosa, ma si deve fare un piano di riduzione. Se si
porta avanti questa attività quotidiana, in modo inflessibile e
continuativo, si finisce con l’avere un tasso di crescita del
valore aggiunto migliore di quello dei concorrenti, e, strada
facendo, si scoprono dei modi creativi per eliminare gli sprechi
da servizi che si pensavano intoccabili. |
Creare
e ricercare un elevato livello di consenso.
Il
consenso elevato ed armonioso, deve manifestarsi tutte le volte
che c'è necessità di un'azione coordinata, nel caso del lean
system è imperativo. Yoshio Kondo, in una recente intervista
ha cosi indicato la strada maestra per sollecitare il consenso
degli operatori, il cui lavoro è fatto di:
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1
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scopo
od obiettivo del lavoro: in fabbricazione corrisponde al
raggiungimento degli standard qualitativi del prodotto;
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2
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vincoli
del processo; ad esempio le costrizioni progettate per
assicurare l'incolumità dei lavoratori ed i controlli,
per preservare la qualità del prodotto lungo il flusso
produttivo;
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3
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i
mezzi ed i metodi da utilizzarsi per svolgere il lavoro.
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Di
questi tre punti, il primo deve essere sempre raggiunto ed il
secondo deve essere osservato da chiunque è addetto allo
svolgimento del lavoro. Fatti salvi i primi due punti, sorge la
domanda, se il terzo punto debba sempre essere osservato come gli
altri due, oppure no. Stabilire ed obbligare
l'utilizzo di metodi e di mezzi per produrre, incoraggia gli
addetti a scansare le responsabilità per gli insuccessi. Infatti,
se vi sono insuccessi, diventa troppo facile e comodo asserire che
non è colpa degli addetti perché essi hanno seguito con scrupolo
i metodi loro imposti. Questa perniciosa situazione va
strenuamente evitata. Nel formare le persone è veramente
importante mettere in chiaro, che i metodi di lavoro che hanno
appreso sino ad ora, non sono altro che azioni standard,
suscettibili ad essere migliorate. Dopo averle interiorizzate, i
lavoratori devono essere invitati a migliorare la propria abilità. Vanno
esplicitamente incoraggiati ad usare la propria intelligenza ed
iniziativa per suggerire azioni, metodi od interventi
migliorativi, che aiutino a fare il lavoro con più efficienza. In
questo modo le risorse saranno più motivate e lavoreranno meglio,
e l'azienda beneficherà di metodi migliori e sostenibili, per
svolgere il proprio lavoro. Il fondamento del miglioramento
continuo è la standardizzazione; occorre evitare ogni tipo di
dispersione. Qualsiasi miglioramento al processo, qualsiasi
problema risolto devono essere formalizzati e divulgati. Se queste
cose, che costano fatica, non diventano patrimonio dell’azienda,
non si riuscirà mai ad avere un consenso elevato sul
"come" le cose dovrebbero girare in fabbrica. Occorre
far crescere nell'organizzazione il consenso e la capacità di
risolvere i problemi e migliorare. |
Miglioramento
continuo, ovvero il problem solving sistematico.
Ogni
giorno, ogni dipendente nell'azienda sta risolvendo un qualche
problema. Nessuno ha la qualifica di "risolutore di
problemi", perché questa qualifica deve spettare a tutti i
dipendenti. Trattare ogni problema come un'opportunità per
focalizzarsi sullo stato ideale. Ciascuno di quei piccoli
problemi che ci allontanano dalla configurazione ideale, è
un'opportunità per migliorare l'azienda, per costruire consenso,
per cogliere della propositività, e per rafforzare la catena che
costruisce il valore da consegnare ai nostri clienti. Parecchie
ragioni trattengono le persone dall'assumersi delle responsabilità
concrete, una è la mancanza di professionalità, che favorisce
l'occultamento dei problemi, per paura di compromettere la propria
posizione. Tutte le barriere che impediscono alle risorse il
giusto atteggiamento verso i problemi, vanno sradicate senza
paura. Si deve ri–progettare il sistema, con particolare
riguardo al modo d’intercettare e correggere i problemi, sia che
questi interessano la fabbricazione oppure la progettazione o il
consiglio di direzione. Decisioni operative prese nel punto
dove viene svolta l'attività. Il problema più grande
sorge quando, per fraintendimento, si da la delega agli operatori
di prendere le decisioni da soli, senza una guida, o un sostegno.
Senza regole, senza un consenso elevato, sul come le cose
funzionano e sui vincoli della tecnologia utilizzata, la gente del
processo coinvolta prenderà delle decisioni, in buona fede, che i
superiori poi sconfesseranno perché inadeguate. I quadri
impiegatizi avranno buon gioco a sostenere che non si può
spingere la base a prendere delle decisioni, che poi si rivelano
peggiori del problema che volevano risolvere. E' la risposta che
ho sentito troppe volte "abbiamo provato, ma non
funziona". Questi coordinatori ed il management, non
dovrebbero biasimare altri che se stessi. Questo è il punto
più difficile da adottare ed applicare perché la tradizionale
struttura di controllo deve cedere un po' di potere e di
controllo. Queste le due ragioni per le quali, il principio di
spostare le decisioni in basso, finirà per rafforzare
considerevolmente l'organizzazione. Primo, nessuna persona o team
di problem solving, ha tempo a sufficienza per risolvere
tutti i problemi dell'azienda, per cui diventa irrinunciabile la
necessità di coinvolgere tutti. Secondo, per migliorare
effettivamente i processi è assolutamente necessario avere una
profonda conoscenza dei medesimi, come quella posseduta dalle
persone che ci lavorano sopra tutto il giorno. Prendere le
decisioni sul punto esatto dell'attività, non significa affatto
che gli operatori debbano loro risolvere tutti i problemi, anche
quelli tecnologici e concettuali. Se esiste un problema non
risolvibile dal fornitore di servizi interni e dal suo operatore
di produzione, a quel punto, il responsabile di quella connessione
tecnologo–operatore, deve intervenire di rinforzo e risolvere
quel problema sulla postazione di lavoro stessa, in accordo con i
suoi coordinati. |
Create
un'organizzazione che apprenda.
Creare
un'organizzazione che apprenda a qualsiasi livello e attraverso
qualsiasi attività svolta. Questo è un principio agglutinante,
terrà poi tutto assieme. Senza questo meccanismo d'apprendimento,
integratore e vitalizzante, è assicurata la stagnazione. Trasformare
l’azienda in una struttura che apprende, i leader devono essere,
allo stesso tempo, allievi ed insegnanti. Per mezzo del lean
system i leader avranno un nuovo ruolo da svolgere. Per prima
cosa dovranno diventare allievi. Devono essere aperti al nuovo, e
collaborare al cambiamento partendo da loro stessi, coinvolgendosi
e motivandosi nel processo d'apprendimento e nella sperimentazione
delle soluzioni sul processo. I leader devono anche essere degli
insegnanti. L'equazione da porre è semplice, e senz'appello: se
non sei capace ad insegnare non puoi esercitare la leadership.
Questo non significa affatto classi affollate d'operatori; anche
se non ci sarebbe nulla di strano se un leader radunasse i suoi
collaboratori in classe. I leader, oltre alle nozioni
tecnologiche, devono insegnare e divulgare i principi e le regole
del lean system a tutti, e dimostrare come queste regole
devono essere utilizzate, cominciando proprio del loro
comportamento e dal rapporto fornitore–cliente, con i propri
coordinati. Sono leader tutti, a partire da quelli del consiglio
di direzione, giù sino all'ultimo preparatore, o tecnologo di
processo, compresi gli operatori esperienziati, quando affiancano
i new–entry, e insegnano loro come svolgere il lavoro. Il leader
è colui che aiuta le macchine, le attrezzature e le persone a
lavorare meglio. Ora completiamo la definizione aggiungendo che,
il leader è colui che ha interiorizzato e capito la realtà in
cui si trova ad operare, ha ben presente la visione dello stato
ideale, ed è in possesso delle nozioni specifiche che gli
consentono di essere un erogatore di servizi per i propri
coordinati. Il leader è costantemente focalizzato sul come
insegnare agli altri a lavorare bene. Se qualcosa, nonostante
tutto, va storto si deve riflettere, e porsi domande come: “In
che modo il sistema crea queste conseguenze non volute?”, oppure
“Cosa si può fare, tutti assieme, per evitare che
quest'inconveniente accada nuovamente?”. Mai in ogni caso,
istituire dei processi. Se qualcosa è andato storto è perché la
catena della leadership non è ancora ben rodata. |
Conclusioni.
Il sistema operativo descritto deve essere la carta fondante della
“fabbricazione snella”; da solo è in grado di
far entrare l’azienda nel futuro per mezzo della crescita
professionale di tutti i dipendenti. Poiché ingloba il kaizen, la
guerra agli sprechi, il coinvolgimento e l’auto–apprendimento delle
risorse umane, consente di migliorare, in modo
continuativo e sistematico, la qualità del prodotto e l’efficienza
produttiva. Per la sola parte soft del lean system, vengono
registrati benefici complessivi dell’ordine del 20÷30% sui costi. Dopo
il rodaggio del sistema è possibile, ove necessario, implementare gli
strumenti classici per azzerare l’inerzia della risposta aziendale,
raggiungere il traguardo del “just in time”, della
flessibilità totale ed azzerare tutte le scorte. Il più vistoso ed
invasivo di tutti gli strumenti è senz’altro quello che richiede lo
smembramento dalla linea d’assemblaggio fordistica e la sua
ricostruzione nella forma di “cellular manufacturing”.
L’azienda diventa un’insieme di moduli semi–autonomi, detti anche
UTE, Unità Tecnologiche Elementari, collegati fra loro in una sorta di
rete, –qualcuno parla di “net organization” –. Una
cella gestisce una combinazione produttiva parziale, nella quale sono
distinguibili i materiali e le risorse in entrata ed in uscita;
all’interno della cella le attività sono gestite dai gruppi dove
prevalgono relazioni non gerarchiche di cooperazione, formazione e job
rotation. I vari moduli sono coordinati da meccanismi basati sulla
comunicazione intranet fra le varie celle e sulla necessità di
alimentare, “just in time”, la UTE cliente a valle.
Se
si escludono le aziende auto–veicolistiche, sono poche le aziende grandi
che richiedono cambiamenti così traumatici come il “cellular
manufacturing”. Ad esempio se si producono componenti semplici, in
metallo, in materia plastica od in gomma, le unità produttive sono
composte da un paio di celle omogenee: quella per stampare i pezzi e
quella di assemblaggio; non servono, in questo caso, grandi interventi
invasivi sulla parte hardware dell’azienda. In ogni caso, gli strumenti
indispensabili di completamento sono sempre:
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le 5S, per
implementare, e mantenere la sicurezza, l'ordine e la pulizia sul
posto di lavoro;
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la programmazione che
deve passare da push a pull, con i kanban o
qualcosa d’equivalente,
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lo SMED per la
riduzione del tempo necessario al cambio della lavorazione o dello
stampo;
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il TPM per
massimizzare l'efficienza delle strutture produttive hardware;
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i Seven Wastes, focalizzati
sull’azzeramento di tutte le scorte di materiali, semilavorati e
prodotti finiti.
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